Don Mario Picchi, fondatore e presidente del Centro Italiano di Solidarietà (CeIS), è nato a Pavia nel 1930. Ordinato sacerdote nel 1957 a Tortona, dove ha vissuto la sua infanzia e adolescenza con i genitori e quattro fratelli, esercitò la sua missione per 10 anni ancora in Piemonte, in particolare come viceparroco di Pontecurone, il paese di San Luigi Orione, per essere poi chiamato a Roma, nel 1967, con l’incarico di cappellano del lavoro presso la Pontificia Opera di Assistenza.
Nel 1968, occupandosi di ferrovieri e dei loro figli, con grande attenzione ai problemi dei giovani, cominciò a riunire e ad animare i primi gruppi di volontariato, creando una prima associazione denominata Centro Internazionale di Solidarietà. Attraverso azioni di sensibilizzazione si cercava di attirare l’attenzione della pubblica opinione su problemi nazionali e internazionali. Un primo risultato fu una raccolta di denaro inviato in Nigeria alle popolazioni in grave difficoltà negli anni della sanguinosa guerra del Biafra.
Da quelle iniziative prese corpo il Centro Italiano di Solidarietà (CeIS di Roma), al quale, da allora, dedicò tutto il suo tempo e tutte le proprie energie. Il CeIS si costituì legalmente come libera associazione nel 1971 e don Mario Picchi trovò aiuto nel pontefice Paolo VI, che gli offrì un appartamento in un palazzo di proprietà del Vaticano, in piazza Benedetto Cairoli, nella zona di Campo di Fiori, nel cuore di Roma. Si chiuse così il periodo della vita in strada, della ricerca affannosa di un alloggio giorno dopo giorno e notte dopo notte: ma di quel primo periodo restava la porta del CeIS aperta sulla strada e disponibile ad accogliere chiunque fosse in difficoltà e avesse bisogno di un aiuto, morale e spirituale, ma anche economico e concreto, un piatto caldo o un letto dove riposare.
Negli anni 70 l’attenzione del sacerdote e dei suoi collaboratori volontari – giovani studenti, insegnanti, professionisti, alcuni religiosi e religiose – si diresse principalmente verso il problema della tossicodipendenza, perché questa era la necessità più impellente. Dall’uso di amfetamine e allucinogeni, dei derivati della cannabis, si stava diffondendo l’uso di eroina. L’Italia era del tutto impreparata, non disponeva neppure di una legge adeguata, considerato che fino al 1975 le uniche destinazioni per un tossicodipendente erano il carcere o il manicomio.
I mass media criminalizzavano indiscriminatamente l’assuntore di droghe. Le famiglie vivevano nella disperazione e nella paura. I governanti non sapevano come tradurre in atti politici la loro preoccupazione. L’allarme sociale cresceva in modo esponenziale.
L’intuizione di don Mario e dei suoi collaboratori fu duplice. Sul piano concettuale, capire – e poi trasmettere tale convinzione – che l’attenzione doveva essere posta sulla persona e non sulle droghe. E’ la persona dunque che ha bisogno di riscoprire i propri valori, di ritrovare la voglia di vivere, di un cammino interiore, opportunamente accompagnato da operatori preparati, per abbandonare la droga. La crisi di astinenza è dolorosa ma dura pochi giorni o poche ore: il punto è come non tornare, poi, alla droga.
Sul piano pratico, il CeIS guardò con interesse a quanto si era realizzato in quei Paesi in cui l’emergenza droga, e l’eroina in particolare, si erano diffuse prima che in Italia. Partecipando a convegni internazionali e a viaggi di studio, don Picchi si rese conto che una risposta importante e foriera di successi era la comunità terapeutica residenziale, indicata fin dall’inizio non come una panacea o una soluzione buona per chiunque, ma certo come una struttura di contenimento in cui la vita in comune, la possibilità del confronto quotidiano con gli altri e con le proprie responsabilità, le dinamiche dell’auto-aiuto e i vari strumenti pedagogici e terapeutici messi in campo erano in grado di allontanare i giovani dalla tossicodipendenza.
Nel settembre 1978 a don Picchi fu affidata l’organizzazione dei 3º Congresso Mondiale delle Comunità Terapeutiche (CT), celebrato a Roma con circa 500 delegati da ogni Paese e continente. Fu quello il momento decisivo in cui l’Italia scoprì l’esistenza delle comunità terapeutiche e iniziò, molto lentamente, a trasformare la paura e lo scoraggiamento in azione concreta. La prima CT del CeIS si aprì nel febbraio 1979 alla periferia di Roma, nella borgata del Trullo, in una piccola struttura messa a disposizione dalle suore olandesi di Tillburg. Vi confluirono i primi ospiti e operatori, anch’essi alle prime esperienze: “Sant’Andrea”, questo il nome delle CT, fu anche la prima scuola di formazione per operatori.

La pace del cuore nasce da una ribellione interiore, dalla ricerca costante del bene e del vero, dall’opporsi alle piccole e grandi ingiustizie, dal provare sentimenti forti, dal saper dire “no” in nome di ideali alti, nel segno di una rivoluzione nonviolenta ma quotidiana che cambi davvero noi stessi e chi ci è intorno…

L’incontro con Giovanni Paolo II, che invitò don Mario a concelebrare Messa in Vaticano e ne ascoltò le preoccupazioni, permise al CeIS di cominciare una straordinaria avventura che lo ha trasformato da piccolo gruppo di volontariato in una delle associazioni non governative più note a livello internazionale in ambito sociale. La villa ai Castelli Romani ceduta dal Papa divenne nel novembre 1979 la CT “San Carlo”, il grande laboratorio educativo-terapeutico delle più importanti strategie del CeIS, ospitando fino a 130 residenti al giorno e oltre 3.000 nei suoi oltre 30 anni di vita.
La “Casa del Sole”, altra villa nel comune di Castel Gandolfo, si trasformò nella Scuola di Formazione Internazionale che ha accolto docenti e discenti di tutto il mondo, psicologi, psichiatri, psicoterapeuti, sociologi, pedagogisti, e persone desiderose di avviare iniziative sul modello del CeIS di Roma. Tali iniziative si sarebbero sviluppate in alcuni Paesi europei, a cominciare dalla Spagna (e poi Portogallo, Danimarca, Slovenia, ecc.) e dall’America Latina, con presenze significative anche in Asia e in Africa.
Le strutture e le metodologie di lavoro proposte erano flessibili e tenevano in conto le situazioni storiche, religiose, politiche, economiche e culturali di ciascun Paese. Ma si richiamavano a una precisa filosofia d’intervento, che don Mario Picchi chiamò semplicemente, dal 1980, Progetto Uomo.
L’organizzazione, sempre a Roma, dell’8ª Congresso Mondiale delle Comunità Terapeutiche nel 1984, nel periodo di maggiore allarme sociale e politico nei confronti della droga, suscitò ulteriormente l’interesse generale per ciò che il mondo e le metodologie della comunità terapeutica erano in grado di offrire ed anche per le necessarie iniziative di reinserimento sociale e lavorativo, di coinvolgimento attivo delle famiglie, di impegno educativo per la prevenzione.
In Italia la maggior parte delle associazioni che avevano adottato il modello del “Progetto Uomo” si riunirono nella Federazione Italiana delle Comunità Terapeutiche (FICT), di cui don Mario è rimasto presidente fino al 1994.

Un giorno vedrò questo gruppo di poveri per le strade del mondo allontanarsi da me e proseguire il suo cammino. Vorrei che fosse sempre presente, in questo continuo andare, la fede nelle capacità dell’uomo, di qualsiasi uomo; la speranza che ha origine dalla convinzione di poter fare bene se ci si impegna davvero; la carità che nasce dall’amore per l’icontro e dall’attenzione per ogni sorriso e per ogni carezza che si può dare e ricevere arricchendo la vita di tutti noi.

Don Mario ed il vicepresidente Juan Pares y Plans, instancabile “ambasciatore” dell’organizzazione e mente creativa nel disegnare nuovi progetti e servizi sempre anticipando i tempi, conducono il CeIS ad implementare l’area delle Relazioni Internazionali instaurando collaborazioni attive con le Nazioni Unite, con l’Unione Europea, il Ministero degli Affari Esteri italiano e alcuni governi di altri Paesi.
Don Picchi fu chiamato fin dagli ultimi anni Settanta a far parte di numerose commissioni istituite dal Governo e da Enti locali. In tal modo poté contribuire a portare le idee del CeIS nel mondo della scuola e dell’istruzione, della giustizia penale e delle carceri, della sanità (in particolare quando si diffuse l’Aids che portò con sé grandi paure e pregiudizi), della finanza al servizio del sociale (per questo motivo venne chiamato a far parte per alcuni anni del Consiglio di Amministrazione della Cassa di Risparmio di Roma).
Ha incontrato più volte, con gli operatori e gli ospiti delle sue strutture, Papa Wojtyla e inoltre Capi di Stato e di Governo italiani (i presidenti Pertini, Cossiga, Scalfaro e Ciampi) e stranieri, ministri, esperti internazionali, personaggi della cultura, dell’arte, della scienza.
Oltre ad essere stato il direttore editoriale della rivista “il delfino”, don Mario Picchi è autore di numerosi libri, alcuni tradotti in varie lingue. Il suo “Progetto Uomo” è stato pubblicato in varie edizioni, dalla prima del 1981 alle ultime “Un Progetto per l’Uomo” (1994) e “Progetto Uomo nel Terzo Millennio” (2005), dalle edizioni Paoline prima e dal Centro Italiano di Solidarietà poi.
Tra le altre sue pubblicazioni, “Intervista sulla droga e sull’uomo” (Bompiani, 1984), “Vincere la droga” (Piemme/Mondadori 1990), “Dietro la droga un uomo” (Franco Angeli 1991), “La sfida del Vangelo” (San Paolo 1994) e, per le edizioni del CeIS, “La vita è una meravigliosa avventura” (1986), “La provocazione della droga. Lettere aperte” (1987), “Il cuore e i talenti” (1988), “La farfalla e l’uragano” (1991), “Riflessi di speranza” (1993), “Senza fare miracoli” (1997), “A braccia aperte” (2002), “Negli occhi degli altri” (2009).
Don Mario Picchi ha ricevuto, tra gli altri, i seguenti riconoscimenti: Howard Mowrer Award della World Federation of Therapeutic Communities (1992); Three of Life Award della Organization of the Mayors of the Capitals of the World (1993); Premio del Comitato “Roma Europea” (1995); Paul Harris Fellow (2000); Premio di solidarietà “Vittorio Bachelet” (2003); Premio Provincia di Roma per la Solidarietà (2003); Premio Simpatia del Comune di Roma (2004); Decorazione “Simon Bolivar” con il grado di Commendatore della Repubblica Boliviana (2004); Premio della Solidarietà della Federazione Italiana delle Comunità Terapeutiche (2004); Premio della European Federation of Therapeutic Communities (2007). Don Mario Picchi è stato anche insignito del titolo di Grande Ufficiale al Merito della Repubblica Italiana.